Chi è Vera?
Utente: vega77
Nome: Vera
Sono una donna senza respiro, un fuoco senza pausa, un diario senza pareti. Una cornice senza la fotografia.

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Hotel and the Factory
Hotel Caotika
Dalle ore otto alle ore nove verrà servita la colazione psichedelica.
Nessun commento per il pranzo. Tantomeno la cena. Verranno forniti cestini di sopravvivenza solo in caso di nessuna necessità.
Mayonnaise Factory
In un oceano di maionese, continuo a navigare a vista a bordo di un grissino gigante, che a ben vedere si assottiglia sempre di più. E non è neppure della miglior qualità(la mania del risparmio). Attendo l'arrivo dei tonni.
Registro degli Ospiti
Guten Tag!

Feeds

  • Powered by Splinder

Hanno soggiornato all'Hotel Caotika
*loading* visite
Arcana Novi Regni
Siamo pezzi di stelle che contemplano stelle.
Crediti
Template e grafica by
IN ARIA... & kiocciola
(modificato - anche se per poco - dalla Vera)
Distribuito su
IN ARIA..., kiocciola, NST & GRAFICA DI STILE
Benvenuti nell'Hotel Caotika. Volete una camera?
venerdì, 31 agosto 2007
SHUNT -there's blood on the line - Parte II FINALE
 

Rumore di tacchi dal piano di sopra.

Avrebbe disturbato il coinquilino, si chiese la donna? Ma aveva veramente importanza?

Non faceva che passeggiare avanti e indietro, avanti e indietro, lei, da qualche tempo. Se avesse cercato non avrebbe trovato che manciate di ghiaia.

Mara si era tinta i capelli, che follia era stata, le pareva di accendersi come un lampione. Si alzava la mattina presto, e non faceva che correre al lavoro. Poco distante, correndo sui propri tacchi. Colazioni affrettate che non sono esistite. Attenta a non scivolare sul ghiaccio, non aveva che corso lungo la strada di quell'orrendo quartiere, e poi voltato a sinistra e corso ancora. Rientrava a casa troppo tardi per accorgersi di esistere ed infine si era ammalata, messa a letto, e la tintura dei capelli colava col sudore lasciando chiazze sul cuscino. Chiazze rosse.


Tre giorni di malattia.

E poi si era specchiata in bagno e aveva urlato. Un urlo tanto sinistro da non averlo riconosciuto come suo. La gola le bruciava per due motivi. E aveva corso per la casa disperata, sbattendo contro gli spigoli, ferendosi, cadendo, piangendo, urlando di nuovo, vomitando, svenendo, rialzandosi per poi correre di nuovo.

Brutta malattia.

Doveva essere la fine. È così, dunque, che arrivava? Era quello il modo? L'orrendo modo di spegnersi, era dunque quello? Si era costretti a pagare il pedaggio alla follia, prima?

Una fantasia mobile. Pochi anni trascorsi vivendo. Lo specchio del bagno e il volto di un uomo, dagli occhi come girasoli artici, dai capelli che non erano suoi, e il colore che non era il suo. Un uomo, perché?


Tre giorni di malattia e poi la corsa finale lungo le scale. Doveva essere la corsa finale. Giù di corsa per un piano, due gradini alla volta, scarpe con il tacco troppo alto per non scivolare. Cadde davanti alla porta di un altro appartamento ma prima sbattè contro l'intelaiatura, ferendosi. Credeva di aver pensato che si trattasse marmo. Era freddo, era mortale. Strani pensieri, prima di morire.

Ma poi si rialzò ed aveva la nausea.

Una voce di carta vetrata: -”C'è del sangue lungo la linea.”-

Non sentiva, non sentiva.

-”C'è del sangue lungo la linea.”-

Mara, non fermarti, disse a se stessa e corse di nuovo giù per le scale, decisa ad andare sempre più veloce, decisa a lasciare indietro il proprio corpo.


Alan dal suo letto venne sospinto verso la finestra che dava sulla strada. Non era volontà sua. Sentiva muoversi il proprio corpo senza che lui lo muovesse. Il burattinaio stava agendo! Stava agendo! Era parte della follia. Era parte della malattia. Era il prezzo da pagare. Era così, dunque, che arrivava la fine?

Sbattè contro il muro, era abituato. Urtò con la spalla. La testa doleva più di ogni ferita. L'apatia soffocante come acqua putrida agiva da dentro. Non aveva sangue in vena, pensava continuamente. Non aveva più sangue in vena.

Si sporse dalla finestra. Mara stava uscendo dal portone.

Mara.

La donna dai capelli rossi, la donna dello specchio?


Mara attraversava la strada. Voleva attraversare la strada. L'asfalto era un giaciglio possibile? Di fronte a lei, vetrine e zero passanti. Non era ora da spese, non era ora da passeggiate. Era soltanto l'ora di colei che vede la follia come pregnanza solida.

Alan si sporse dalla finestra. Troppo. Troppo. Osservò se stesso cadere. Ricorderà di essersi chiesto se avrebbe sentito male, l'asfalto come giaciglio possibile, una sinfonia di risate nella propria testa, nessuna emozione se non un sospiro. Mara solo udì un tonfo. E il suono sordo e sfacettato di ceramica infranta.

Si girò prima che il camion arrivasse. E vide lui.

L'uomo dagli occhi artici, l'uomo dello specchio?


Se avessero avuto un senso quei pochi anni di vita che aveva vissuto... senso, ma che vuol dire? La costruzione? L'edificare? O semplicemente l'essere?

Non era chiaro, la giugulare pulsava e l'aria era plancton. L'uomo sull'asfalto pareva non respirare. Volle sdraiarsi con lui. Accanto a lui. Sopra di lui. Ma entrò in lui, come se fosse fatta di lenzuola di seta. Venne avvolta da un calore diverso e da silenzio diverso. Strana accoglienza. Un saluto, Mara, solo un saluto: sei in casa d'altri.

Poi aprì gli occhi e si scoprì a vedere. Assaporò un respiro. Si alzò e riprese a camminare. Era vestita di nero, lei, che vestiva solo di bianco. Una giacca di panno nero. Mani maschili.

Nella vetrina di fronte vedeva Mara, capelli rossi vestita di bianco. Abbassando la testa, scorgendo il nuovo corpo, il corpo di un uomo, si pulì dalla ghiaia.

-”Ciao, Alan.”- disse a se stessa.

Vedere lei, o vedere lui stesso, ad Alan che importava, ora?

Magari, adesso, avrebbe potuto avere un senso.

Scritto da: vega77 alle ore 08:45 | link | commenti (4) | Categoria:
giovedì, 30 agosto 2007
SHUNT - There's Blood on the Line - (parte 1)

Questo racconto è ispirato all'omonimo brano di Alan Wilder, dall'album Unsound Method di RECOIL 

 

 

-”C'è del sangue lungo la linea.”-

La vecchia come uno spettro berciava tra il muro e la porta. Alan di lei incontrava solo la voce, e quel poco di figura minuta che dalla breccia intravedeva con la zona morta del suo occhio.

-”C'è del sangue lungo la linea.”-

Parole abrasive da una voce da carta vetrata. Spiatrice di umanità sul pianerottolo, vampiro delle altrui esistenze. Non la guardava, non la voleva vedere, non la voleva sentire. Estranea, estraniarsi, diventare estranei. Alan, che era diventato estraneo anche a se stesso.

Entrò in casa, con la sua giacca di panno nero come un sudario di trapassate stagioni, e una tagliola nella testa urlante come la folla e fredda come le piastrelle. Nel corridoio, un costante ronzare di lampadine. E il calcare come cabitante, o la schiacciante oppressione di un castello senza echi. Era compagna ed era amante, era mantide ed era morte: era la solitudine, era l'ombra di Alan. Ed ora, lo era anche la follia.

Alan doveva guerreggiare contro un altro giorno, ancora, un altro giorno denso di follia. Era un guerriero privo di armatura e privo di spada, un guerriero nudo come il proprio appartamento, nudo con strisce verdi di speranza che tesseva diligente alle proprie estremità, come un simbolico capotribù. Le stesse striscie di speranza si erano spezzate in definitiva qualche giorno prima quando Alan, pregando con lacrime di cocente dolore di trovarsi dentro al proprio peggior incubo, davanti al piccolo specchio sopra il lavabo del bagno, non vi aveva scorto il proprio viso.

Il proprio viso, conosciuto, amato e disprezzato, gli occhi come girasoli artici, i lineamenti scolpiti, i capelli di pece non c'erano. Non dentro lo specchio.

Una donna, capelli corti e rossi, occhi di carbone, guardava lui. Non sorrideva, era smarrita, come lui. Ma lui battè la testa sul lavandino cadendo. E se sanguinasse al suo risveglio poco importava.


Una donna.

Perché?

Dentro allo specchio una donna smarrita. La stessa ferita sulla fronte. Aveva battuto la testa pure lei, svenendo, o aveva atteso il ritorno di lui come la malattia attende paziente? Avrebbe voluto urlare, Alan, avrebbe voluto rompere quello specchio, ma a che sarebbe servito? Avrebbe dovuto rompere tutti gli specchi e tutte le vetrine, tutti i vetri e le finestre, ogni bicchiere, ogni cucchiaio ed ogni caffettiera, cantilenare il mantra del non essere pazzo e urlarlo infine e poi distruggere gli occhi di tutti quelli che incontrava, e dei bambini con le loro madri, gli occhi dei passanti e dei familiari, togliere a tutte le persone i propri occhi perché...

...se lui vedeva quella donna al posto del suo volto, gli altri, chi avrebbero visto?


Quanti giorni erano trascorsi dalla tremenda scoperta? Il suo visto cancellato e le sue emozioni nel frullatore. Una linea di sangue allucinata. E l'apatica forma di lui stesa ad occhi sbarrati senza la voglia di pronunciare pensiero o respiro. Solitudine, follia, amanti ombrose. Inquietudini senza passato. Un eterno presente e l'eco dell'appartamento senza angoli dove rifugiarsi, un continuo passaggio tra le ragnatele, odore di pasti pronti.

Eppure Alan, guardandosi le mani, le gambe, guardando il proprio corpo, vedere IL SUO corpo, le sue mani, le sue gambe. Era LUI. Era Alan. Ancora. E allora? Nello specchio, nelle pozzanghere, nei riflessi sul vetro sbrecciato, quella donna, quei capelli rossi...

Rumore di tacchi al piano di sopra. A qualsiasi ora. Non sapeva che giorno fosse, Alan, e se fosse giorno o fosse notte o giorno ancora. Non sapeva, aveva perso il conto, non girava il calendario, non pagava le bollette. Vestiva di nero. E disperava. Non poteva piangere, non ne era mai stato capace.

Scritto da: vega77 alle ore 11:26 | link | commenti (4) | Categoria:
mercoledì, 29 agosto 2007
libro dei sogni - sogno secondo
 

secondo sogno, and so on


Per rendere comoda la lettura nonché agevole la scrittura, ometterò di scrivere ad ogni capitolo le frasi seguenti: “ Anche stanotte ho sognato di essere a scuola” / “ … di essere costretta ad andare a scuola” / ”… di dovermi presentare a scuola” eccetera, altrimenti ogni paragrafo dovrebbe iniziare con questa frase. Sarebbe inutile, pesante e noioso di sicuro.

Consideriamola, invece, sottintesa: se il sogno, per caso, dovesse avere una ambientazione differente, sarò io a specificarlo, magari evidenziandolo con qualche colore diverso, data la anomalia.


Il sogno che vi sto per narrare, si svolge d’estate. Le condizioni neurologiche mie mentre il sogno si stava svolgendo, potrebbero essere state di intolleranza verso la coperta di lana che solitamente anche col caldo mi avvolge, perché nella storia dovevo indossare dei maglioncini di lana nonostante la temperatura alta mi facesse sudare. Nei sogni, non esistono vacanze estive come nella realtà. La scuola prosegue anche in luglio e in agosto, ininterrottamente; si svolgono esami e compiti in classe contemporaneamente e anche a casa si riempiono quaderni di esercizi. Una tortura doversi vestire con quei maglioni, che seppur di trama leggera, erano comunque di lana. La pelle si ribellava pizzicando tra sudore e cattivo odore, mentre uno strato grigio si sovrapponeva ad uno marrone. Lo zaino era pronto, con i libri ordinati all’interno, poggiato per terra; mancavano le scarpe, che mentre sono in aula mancano spesso, così da non poter scappare. La campanella sarebbe suonata di li a pochi minuti. Niente scarpe ancora.

Ma l’insegnante era decisa a non lasciar andare a casa me ed alcuni altri studenti miei compagni (e non coetanei, naturalmente), perché il nostro banco era in disordine, pieno di scritte, sporco ed eravamo indisciplinati, rumorosi, parlavamo durante le lezioni. Degli altri tre sarebbe anche potuto essere vero, ma non di me! Non chiacchiero, non sporco, eppure la proibizione era estesa anche a me.

Meraviglia!

Ho trent’anni!” grido “santo cielo anche a trent’anni una signora qualunque mi deve dire quello che posso fare o non posso?” . Grido con tutto il fiato disponibile, ho un caldo terribile, ho addosso pure un cappotto e sto collassando sotto lacrime di sudore e panico.

Non mi puoi proibire di andare a casa” continuo “ razza di zoccola”. Si, nei miei sogni non risparmio il linguaggio forte, è la sola licenza che mi prendo nella prigione scolastica dalla quale non esco mai, conseguenze comprese, solitamente manifestate con delle lunghe assenze che dimostrano (a chi?) che non ho bisogno di andare ogni mattina a lezione, salvo poi tornare in classe anche dopo mesi con delle ammonizioni sul capo, pardon, sul diario.

La sequenza temporale del sogno è diversa da quella della veglia, lo sperimentiamo tutti. Un mese o due della narrazione si possono risolvere in un istante, salvo poi dilatare quello stesso istante in un tempo che percepiamo lunghissimo. Anche concetti come “prima” e “dopo” perdono il significato: una scena la si può ripetere molte volte, come un videoregistratore che avvolge il nastro e propone lo stesso pezzetto di film sempre. Anche le scene nei sogni si svolgono in questo modo. Una scena che nella vita da sveglia si sarebbe dovuta svolgere prima, nel sogno la si vede dopo.

Infatti, dopo, passa l’insegnante ad ispezionare i banchi. Per sua comodità, tutti dobbiamo spingere il nostro verso la cattedra, formando quattro mezzelune attorno alla cattedra. Il mio, come era previsto, viene estratto dalla massa compatta di fòrmica verde, e viene segnalato come sporco, disordinato, inadatto e tanti altri aggettivi che non sempre si adeguano ad un banco: risulta che il banco è incongruo, il banco è insipido, davvero un banco insapore, che sono previste sanzioni penali per questa condotta, e tutto viene sciorinato mentre io china sotto il banco cerco disperatamente il mio lettore mp3 e, nonostante le chiamate della prof sopra la mia testa, non mi alzo, non ci riesco, la schiena mi rimane piegata. Questo causa altri richiami, sempre più energici, insopportabili, dei sicuri guai futuri già me lo sento mentre piango e cerco con ansia effetti personali caduti e smarriti chissà dove, se in aula o in corridoio mentre prima mi ero intrattenuta a parlare con la bidella… il mio diario, non aggiornato, fermo a mesi fa, senza scritte, qualche figurina scollata, l’orario delle lezioni non aggiornato.

E soffro, perché è agosto ed io indosso maglioni e cappotto, e non trovo le scarpe e da questa aula non posso uscire.


Scritto da: vega77 alle ore 09:22 | link | commenti (1) | Categoria:
domenica, 26 agosto 2007
Batterie
 

Qualcuno stasera mi disse soltanto che la stanchezza è una questione di batterie. Una sola e semplice questione di batterie. Non ho mai dato elogio alla stanchezza, se non quando, verso la tarda ora, l’orologio inizia a battere come un asino scalciante e le mie dicotomie formano voragini. Inizia una danza allucinata, dove la dislessia diventa il ritratto stesso del tradimento verbale, dove i numeri si buttano in un magma fondente e sputi di sassi vertiginosi cadono frantumando le restanti idee. Tutto come se nel mare non vi fosse che sale.


E se pulsate con voci e mare e cori e acqua, tanta acqua, come vi amo, batterie! Vi sento scalpitare, dentro la schiena, scorgo scintille e pericolosi crepitii: digitate la fatale combinazione, bagnate i circuiti: qualcuno stasera mi disse che la stanchezza è pronta a battere le sue ore. Riscatto. Riscattami. Quelle poche energie che mi restano ve le impacchetto volentieri. Poi se rido, se piango e rido e mescolo frasi e parole diventando pazza, la colpa è vostra, la colpa è delle batterie!

Ma tutti, lo sanno? O mi chiamano PAZZA?

Scritto da: vega77 alle ore 11:26 | link | commenti | Categoria: racconti a forma di mela
venerdì, 24 agosto 2007
in - sonnia / sogno primo

Questo è il mio personale libro dei sogni, una raccolta di cronache delle mie avventure oniriche. Alcune le ho trovate talmente evocative da scriverle. Buona lettura (spero) 

 

Fine agosto, primo sogno

L’incubo che ricorre di notte in notte oramai quasi sono anche abituata, una sorta di incubo- incantesimo- catena che ad ogni sogno mi schiavizza.

Devo tornare a scuola.

Peggio. Ultimamente ci vado perché è logico andarci, è la norma. Un’abitazione lontanissima dalla civiltà, una casa grande piena di vetrate e scale interne, splendida, circondata da chili e chili di neve, orripilante. Muoversi per andare a scuola quando è ancora buio e la luna col suo berretto sonnecchia. Sono sveglia solo io. Neppure l’autista del tram è sveglio (chissenefrega, ci sono le rotaie).

Questo l’incubo.

Ovviamente con varie sfumature. Ogni volta lo scenario, o la trama, possono essere differenti; la cosa che non cambia mai, il paragrafino nella sceneggiatura che proprio non cambia mai è sempre lo stesso: io che devo andare a scuola. Con uno zainetto sulle spalle, da bambina, colmo di libri errati, che non corrispondono alle materie di quel giorno, ma di solito del giorno precedente; e nello zaino anche effetti personali, come un portafogli, denaro, un cellulare, bollette da pagare, lista della spesa. Certo, perché io sono scolara ma adulta, vado a scuola mentre tutti i miei coetanei vanno a lavorare. Io la mattina sono inchiodata in aule fetide assieme a dei ragazzini, una io adulta e stordita, triste e arrabbiata, che sa che non si dovrebbe trovare li ma altrove, e non può farci niente. Niente di niente.

Nella variante di trama di questa notte, all’uscita di scuola un cane poliziotto mi agguantava l’orlo dei pantaloni precedentemente macchiato di latte causa esplosione di una bottiglietta di questo; il cane sollecitava gli sbirri a perquisirmi e così, braccia appoggiate al furgone, venivo svuotata da ogni avere. Il comandante, o ispettore capo, in borghese, estraeva dallo zaino e dalle varie tasche ogni sorta di oggetto. E nei sogni non paga l’onestà: cose mie e non mie venivano estratte, mazzi di chiavi di auto rubate, banconote da 500euro, viste mai né da sveglia né da dormiente. Altro? Vediamo se mi ricordo... si: un accendino, dato che non fumo doveva pur esserci no? Ma l’accendino era una bomba. E non uno: una confezione intera. “Come spiega questo?”dice il comandante, o ispettore capo. E come lo spiego? E che ne so? Stava in borsa, nei sogni gli oggetti finiscono in borsa così, attraverso la telepatia, immagino, salvo poi scomparire al bisogno e, naturale, sostituendosi a quelli presenti, magari indispensabili.

Succede poi, nel sogno, che mi innamoro sempre, stavolta di uno dei detective. Lui avrebbe lasciato la moglie per me. Accidenti, per una trentenne che va ancora a scuola, per giunta la scuola dell’obbligo? Non male come svolta nella vita. Il detective perde la testa per me, mi ama, me lo giura, me lo dice guardandomi con occhi lacrimanti, disperati, sa di aver perduto la testa. Io ero interamente vestita di nero, con le macchie di latte che si stavano asciugando piano piano, bagnati dall’umido dei chili e chili di neve che stanno sulla strada. E mentre le ore passano, i miei compagni di classe hanno terminato l’ultima ora di ginnastica e sono andati a casa da tempo, io trascorro il pomeriggio in arresto, dovendo spiegare perché porto armi nello zaino e non potendo rispondere, non potendo inoltre avvisare i miei genitori perché il telefono cellulare, regalo di mio marito, è stato messo sotto sequestro.

Scritto da: vega77 alle ore 11:03 | link | commenti (1) | Categoria:
giovedì, 23 agosto 2007
Dressed in Black
 

Croste di verde da un vecchio muro. Neppure un muro portante, soltanto una parete divisoria. Ha fagocitato rabbia per anni ed ora la rabbia sta esplodendo, questo succede quando le croste si staccano, cadono per terra, creano polvere grassa e terriccio di antiche malte. È per questo che i muri crollano: per la rabbia assorbita da decenni, e i discorsi marci dietro croste di sorrisi. Più le case sono vecchie e più i muri corrotti, più si deve stare accorti, perché il muro, se crolla, lo fa davvero.


E' una notte buia questa. Non diversa da altre notti buie. Ma più nera ancora. Forse perché ho sparato alla luna.

Imbratto di inchiostro carte assorbenti. Scrivo, e non so che dire.


Ci sono sinistri rumori, stasera, dentro questa casa. È una casa vecchia. Io sono solo di passaggio qui, con la mia valigia di plastica gialla sempre mezza pronta col cambio stagionale e qualche oggetto vagante che porto di viaggio in viaggio. Un libro, un taccuino, qualche cd per farmi compagnia e nessuna fotografia. Mi piace la mia stessa compagnia, perché mi piace girare con persone di cui fidarmi.

Sono solo di passaggio, in questa casa, e scrivo sul mio taccuino frasi a caso, parole a caso, ritraggo volti a caso, ho il cuore che dorme, negativi di un amore che sbadiglia e una chiave di non so quale serratura.


Ci sono sinistri rumori, stasera, dentro questa casa.

E' una notte più buia delle altre notti. Sarà che ho sparato alla luna. Ho bruciato tutti i lampioni della strada, per non lasciare la mia ombra.

Credo che questo muro non sarà muro a lungo. Troppe rabbie assorbite, troppe bugie mangiate, troppi raggiri e bestemmie e troppi tradimenti. Troppi denti guasti cammuffati da sorrisi in crosta.


Domani partirò. Le macerie crolleranno dopo che sarò partito.

Scritto da: vega77 alle ore 00:36 | link | commenti (1) | Categoria: racconti a forma di mela
mercoledì, 22 agosto 2007
INK - quarta puntata e ultima -
 Cantandoti


Accendo l’interruttore.

E Daniel, sei una fissazione. La perfezione in questa terra è il tuo incarnato che, attraverso occhi verdi, cerca di conoscere se stessa. Piccole onde di mari in miniatura danno l’impulso al riflusso attraverso il gesto semplice del suo passo, e la chioma corta si muove. Vesti come la notte, ma non è ombra il tuo riflesso. In esso mi specchio come una devota.

Danzi, e sei un sole sui propri raggi, gialli cristalli bagnati di lenzuola dove io non poso. E non poserò.

La mia luce è solitaria, costernata, una lampadina scoppiata. La pancia prende fuoco, rea di desiderarti privo di censure. Consuma il mio corpo ossigeno come gas nervino, mi avveleno del mio stesso amore.

Vomito il mio amore nel lavandino e piango mentre lo osservo scorrere. Ma non voglio aspettare che muoia e lo alimento di nuovo, ingoiando alcool per far scoppiare un altro incendio.

Sono incapace di stonare, se non dentro i miei vestiti. Osservo la mia ombra in un’ombra celata. Divorata dallo smarrimento, resto ore sdraiata tra i cuscini spinosi e contemplo il soffitto. Unisco le macchie di calce tra le travi cercando il tuo volto. Esso si forma anche tra le tegole. E i raggi che il mattino entrano puntuti dalle imposte scrivono il tuo nome sulla parete, e si mettono a cantare.

Vomito il mio amore nel lavandino. Di nuovo. Aspetto che muoia, prima che uccida me. Ma scorte di benzina della mia dolce previdenza riescono ad avere un autonomia stimata in centinaia di anni.

Tuttavia so che non ti troverò. So che non ti raggiungerò. Arrivo da te quando il tuo odore si è appena dissolto. Contemplo i resti della tua presenza. Lattine vuote e qualche lametta. Fili di lana.

Aspetto che il mio amore muoia. Prima che uccida me.

-FINE -


Scritto da: vega77 alle ore 09:22 | link | commenti (6) | Categoria:
lunedì, 20 agosto 2007
INK - puntata 3

Rincorrendoti


Dalla pinacoteca alla sala stampa sdraiato in poltrona Daniel parli della tua arte e delle tue creazioni. Dicono sia in corso una conferenza stampa, mi sono spacciata per donna interessata e all’interesse hanno creduto. Al resto forse no. Ero vestita da bambina, con le treccine e le false calze a maglia. Non posso farci niente, sono in vena di giocare. Perdonatemi. Ma non toglietemi l’interesse.

Daniel, parli dei quadri, dei tuoi quadri, di quelli non tuoi. Ami cantare ma non ti ricordi di me o del trascorso insieme in qualche locale fatto a cantina a cantare insieme. Perché? Sono un marginalia tra le spiegazioni dell’esistenza?


Faccio dei cenni. La scambiano per domanda. Ricordi, dico a me stessa, ti sei spacciata per donna interessata. Scambiano i miei cenni per una domanda e vorrei chiedere a Daniel se si ricorda di una vecchia radio e di un locale fatto a cantina. Ma Daniel non mi vede, sono dietro alla luce sintetica, posta dietro perfetta alla sorgente della luce sintetica e non mi può vedere. Il mio cenno ammosciato è uno zolfanello nero.


La strada è molle come budino, bagnata da piogge d’artificio. Piange l’asfalto, piangono i lampioni e i paracarri, piangono le finestre delle case, i tetti e le porte. Il budino si muove infreddolito sotto i miei passi ed io barcollo priva di equilibrio. La via diventa difficile. L’aria è densa come latte e la respiro tutta. In questa carenza di solidi mi sento perduta.


Mi siedo per terra, spalle al muro. Zona industriale, mattoni rossi, murales, vendo dell’est. Piove. Tutte le persone corrono e si riparano in gusci di cemento dove servono caffè nero. Dalle vetrine vedo risate, senza che l’audio mi giunga. Forse anche i caffè sono silenziosi, le risate sono solo mimate.

Nella mia testa ci sono sei canzoni. Sovrapposte come piani di un madrigale. Ma non si coordinano. La vita, la mia, non è un madrigale, e non ha trentasei voci, ma di più. Le strutture non sono sovrapposte ordinatamente, i pezzi non si incastrano come dovrebbero. Se la mia vita venisse eseguita da un coro sarebbero solo urla e chiasso. Un’esecuzione chiamata caos.

E sei tu a dirigere il caos.

Sei canzoni. Moltiplicazione dell’assurdo.


Scritto da: vega77 alle ore 16:00 | link | commenti (4) | Categoria:
venerdì, 17 agosto 2007
Ink - parte seconda -

Cercandoti



Era solo tifone quella martellante dicotomia. Una tromba d’aria. La mia testa era zona sismica.

Possedevo, ne ero certa, in qualche angolo di polvere delle fotografie. Ritraevano Daniel da giovane. Molto giovane. Dove lo avevo visto, dove avevo ascoltato la sua voce? Se essa era giunta al mio ascolto tramite vento riportato, o se avessi penzolato aggrappata alle sue parole con una corda di lino, lo avrei ricordato.

Ma un interruttore è stato posto, da qualche anno, dalle parti delle mie scapole. Si alza e si abbassa una levetta scura.

Click .

Se oggi mi colpisci con una scure, io ti colpirò. E se dovessi scordarmene domani, allora dammi la mano: ti risponderò col mio nome e il più bel sorriso che ho in tasca. L’ignoranza, la mia, sarà sempre sincera.

Ogni giorno inizio da capo. Non consolido abitudini. Per questo non imparerò mai a guidare un automezzo. Per questo anche mangiare rappresenta la più straordinaria delle meraviglie.


E di Daniel nessuna fotografia. Guardo nel doppio fondo del pavimento, nel velluto dei memorie, nel bagno piccolo dietro lo specchio. Niente. Apro il cassetto sulla fronte; conservo li le informazioni e gli strumenti che uso durante il giorno. Niente. Entro nell’archivio dei flashback, stanze 3 e 4: niente. Reparto vecchissimi, polaroid in bianco e nero. Neppure.

Di Daniel non c’è traccia.


Poi una radio. Vecchia radio pregna di vapore di milioni di docce. La rotella per cambiare stazione si è fusa plastica contro plastica e suona da anni la stessa stazione. Quella stazione è stata chiusa ma la mia radio la suona ugualmente. Sono canzoni stantie e voci stantie.

E Daniel sta li dentro. Prigioniero della radio. Canta. E a volte parla. Se stacco la corrente, Daniel muore; se spaccassi la plastica e la rotella potesse di nuovo girare, Daniel uscirebbe?

Ho optato per la scossa elettrica e la vasca da bagno piena di scintille e fumo nero: la plastica prima di fondere impiega millenni. La scossa ha riattivato il cuore delle canzoni stantie e delle voci stantie.

Ha riattivato il cuore della tua immagine, Daniel, che dormivi in un letto di oblio. Ora dentro i labirinti grigi della mia testa passeggi di nuovo.

E di colpo diventi fissazione.


Dopo qualche anno incontro così Daniel nella pinacoteca. Ho collegato: so da dove provieni. Ho vissuto sette anni in una radio simile a quella dove stavi tu. Suonavo vecchie canzoni ed avevo la voce polverosa. Uscivano da me soltanto parole polverose. Trasmettevo la notte da uno studio fantasma. In quel palazzo ora hanno costruito un ipermercato. Ma sono certa che altri fantasmi continuano a trasmettere in quella radio.

Io sono stata liberata da un collasso emotivo. E anche in questo caso il tempo elettrico mi ha fatto un favore, riattivando di colpo nervi addormentati in letti di apatia.

Ora se cantassimo insieme potrebbero sentirci per vibrazione in tutto l’universo.




Scritto da: vega77 alle ore 11:13 | link | commenti | Categoria:
domenica, 12 agosto 2007
Ink - racconto a puntate - 1
 

Questo è un racconto d’amore, una devozione pregnante; un sogno continuo, senza l’intervallo della veglia.

Tutto quello che so dell’amore è contenuto in questo racconto. Un oceano di carta senza gli ormeggi.

 

- 1 - La galleria


Ho solo percepito la tua presenza. Solo.

Un passeggiare immobile nella galleria, tra quadri, quadri, quadri. E silenzi. E artisti neonati, che schizzavano sui taccuini i gesti irripetibili dei maestri. E quadri e sculture, quadri e fotografie proibite. E gli stessi colori che incontro da decenni in libri e in ricerche, ma stavolta più vivi, stavolta veri e parlanti, stavolta in comunione tra il mio occhio e il loro esporsi.

Così in estasi, io, le gambe che non erano più un sostegno: erano folle strascico di glassa. Della mia testa riconoscevo i capelli, dei miei occhi neppure la sfumatura. Vedevo il verde delle tele in me stessa e attraverso le teche le vecchie riviste e poi superavo il verde mentre ero grata di poter vedere quei gioielli. Passavo al rosso e diventavo rosso, passavo al giallo e giallo diventavo.

L’arte bagnava le mie membra. Disinfettavo le cornee ferite dal magma di nulla quotidiano nell’alcool dell’arte. Il magma di nulla ci offende ma ci avvolge come plastilina, come la tela del ragno; con arti bloccati e cervelli bloccati ridiamo e beviamo e ci ubriachiamo per evitare di offenderci eccessivamente.

L’immobilismo come penitenza è un abitudine amara. Se l’abitudine si consolida, la consuetudine è dolce come cucchiai di miele abbondante.

Suoni e quadri e quadri e suoni. Una vibrazione continua, simpatica oscillazione di venti e cicloni, le pupille spalancate come caverne mangiavano, un maremoto attorno a me. Per me. Per me. Era tutto per me. Attorno a me.

Non avevo mai dato niente all’arte, un graffio o una parola o un centesimo. Un tentativo, neppure. Un impegno, un esiguo sacrificio, niente. Sbadigli e gioia di perdere tempo. Questo avevo dato. Ed ora l’arte mi pagava comunque, ma senza disprezzo: mi ripagava dando. Essa non sceglie a chi darsi, lo fa senza conseguimento alcuno. Il puro piacere rimane intonso.

Passeggiavo immobile nella galleria. Ero come un galletto segnavento, giravo preda delle correnti novecentesche.

Ho scontrato la tua figura uscendo da un’esposizione. Era una stanza il cui proprietario aveva rovesciato sedia e scrittorio con la rabbia del contabile, aveva appiccicato fatture e tovaglioli alle pareti, e foto e giornali, e bollette e appunti, biglietti del tram e del ristorante. E poi coperto tutto con secchi di blu e rosso e giallo e arancio. E nero.

Ti ho scontrato uscendo: un’allegoria di arte nell’arte. Tu. Tu con gli occhiali da sole all’interno. Ed io con il mio folle strascico di glassa. Abbagliata. Senza lenti scure.

I tuoi occhiali. Lenti dove minuscolo il corridoio ci stava tutto. In profondità il buco nero, entrata per la retina che fagocita avido senza meditare. Sicuro il passaggio delle tue spalle. L’odore che seguì fu la brezza e fu la burrasca.

Era l’arte che si incarnava e cercava di conoscere se stessa attraverso il corpo di un uomo. Rimasi incollata alla tua ombra. Poi spensero le luci. L’ombra si ingrandì e fagocitò il mio cuore.

Pipistrello.

Da giorno a notte e neppure ho visto il passaggio. Sbattevo contro muri e vetri. I graffiti nel vicolo furono scenografia alla mia sagoma per ore. Piansi laggiù il nulla di uno sfiorato giacimento di perle. Il make-up sulle guance bollenti creava acquerelli di passione stonata.



Scritto da: vega77 alle ore 21:00 | link | commenti (1) | Categoria:
assorta nel tempo elettrico
 

Assorta nel tempo elettrico,

la pedana come sughero blu

dondola nelle mie vertigini


Rimuovo rimembranze di mare


Il soffitto vapora, seta e

lana cotte all’ora di cena

Ore sette le otto le nove


Bolle la cortina dell’insonnia.

Scritto da: vega77 alle ore 00:14 | link | commenti (1) | Categoria:
venerdì, 10 agosto 2007
l'attesa
 



Se continuerò a trattenere, sarò torturata e le mie mani si apriranno a forza, per mezzo di ferramenta e bruciore. A quel punto non tratterrò più nulla.

Le vette raggiunte dalla pena sono tanto alte che dal mio pavimento non le posso vedere. Ho le vertigini. Spiaccicata sul pavimento come un’ala abbandonata di mosca pentita, riemergo a fatica da un limbo di alghe. Legata, assorta come un cupido abbattuto, dimentico le alghe e torno a dormire, credendo che alghe e dolore non esistano, e che siano passeggere come le api.

Non è un rimedio.

Lo riconosco.

Non è una consolazione.

Lo riconosco.

Bevo camomilla setacciata la scorsa stagione e prego e piango e sudo e imploro e non odo trillare i campanelli. Saranno ombre i miei ospiti, stasera.


Ombre e ospiti.

La mia casa piena di fantasmi.

Lo spettro della cucina fa battere i cucchiai. Quello del bagno scorre le superfici con alcool e spugne di lago. Lo spettro della cantina spolvera i vini, lo spettro della sala sceglie con cura i copri divani.

Se accendessi una candela e mi sdraiassi sul pavimento potrei attendere con calma il battere della pendola: dopotutto non è ancora mezzanotte e posso aspettare senza sentire il cuore che pulsa. Attendere è l’occupazione in cui con impeto mi dedico ogni istante, dal momento del tè mattutino a quello della colazione successiva. Attendere è la principale motivazione, è motore ed è benzina. Le piastrelle gelate attendono che il fuoco le ustioni, ed io mi attacco a quella scia e regolo l’orologio sul suo scorrere lento, più lento del minuto costante, più lento del ticchettare blasfemo, più lento ancora.

La dipendenza al mio trattenere è spaventosa. Riempio pagine bianche di questa dipendenza. La vetta raggiunta dalla pena si sta allungando ancora, elastico famelico. Non riesco più nemmeno a immaginare.


Accendo una candela e mi sdraio sul pavimento. È così facile attendere. Non odo trillare i campanelli.

Attendere è così facile.


Scritto da: vega77 alle ore 00:04 | link | commenti (1) | Categoria: racconti a forma di mela
mercoledì, 08 agosto 2007
Fate Funeste

ciao a tutti, scusate l'assenza di questi giorni. Credevate che fossi in ferie? Ebbene no, ero solamente senza connessione.

La mia testa è disconnessa da sempre, invece.

Piccolo raccontino per voi.

Fate funeste

 

Sempre la stessa storia ogni lunedì: il sonno mi rincorre, ponendosi dietro la retina, accasandosi. Come se potessi scappare, come se potessi girare l’angolo in fretta e seminarlo. Il sonno staziona in quella posizione per ore. Quieto, grida la sua presenza, bussando.

Niente di nuovo: c’è una donna, la "donna degli alberi", che cammina lungo la stessa strada ogni mattina, alla solita ora (saranno le nove) e che abbraccia tutta l’aria nella solita passeggiata. Vestita di bianco, anche quando è estate indossa un cappotto e un grande velo spesso sulla testa. Non è una suora. È la Sacerdotessa degli Alberi.

Anche il torrente scorre impunemente trascinando sacchi blu annodati di speranze. La percorrenza è in discesa, parte da una valle chiusa dove le menti non possiedono ali, non possiedono la forza di aleggiare, partite come sono verso nudi conventi. Gli uccelli rimangono offesi, per loro il volo non è una conquista e là dov’anche il letto si spiana, non ci sono cascate e le pietre respirano, spesso rimangono trafitti da lunghi uncini provenienti (è ben probabile) da avventori del bar a fianco, che di notte si lanciano in bravi atti spudorati, allucinanti e rovinanti. Per questo volano ferri da calza.

La donna della terrazza che guarda continuamente che si stupisce continuamente, ha un bel lavorare nel telefonare ai vigilanti e raccogliere uno spicciolo per ogni denuncia; le persone fanno la spia, a turno, senza essere viste dal proprio vicino, delatori incappucciati portatori della stessa notizia perennemente romanzata, riadattata, ricamata, ricucita. Ben nascosti dietro le imposte, di loro si percepiscono ombre e respiri; non si tradiscono mai, si confondono tra le tende e se scendono in strada, come camaleonti assumono il colore dell’asfalto e delle polveri. Non li noti. Ma loro vedono te. E sei spiato. Sanno che il vestito che indossi è verde da due giorni. Non sai come, loro lo sanno.

La sola non delatrice è la Sacerdotessa degli Alberi. Il suo passo leggiadro imita il volo degli uccelli, e forse è per questo che gli uccelli si inchinano al suo passaggio. La donna sulla terrazza riferisce ai suoi colleghi-spia. E un poco ride, ma il suo volto produce un ghigno, perché non conosce la pantomima del sorriso.

Sono come fate funeste, producono incantesimi per se stesse.

Ma non si mutano le evidenze se non con la tecnica della saracinesca.

 

Scritto da: vega77 alle ore 17:28 | link | commenti (3) | Categoria: racconti a forma di mela
venerdì, 03 agosto 2007
L'ombra (dream on...)
Era verso mezzanotte che Lucy imboccava la strada della vita. Tutte le ore precedenti e le beffe diurne, l’alternarsi tra nubi e sole, nubi e sole sempre non erano che un prologo di cartolina dai lati sbeccati.
Lucy camminava dentro il suo personale cono di luce proiettando l’ombra di un uomo. Faceva l’amore con l’ombra, quando le capitava e non c’erano tante possibilità di ripensamento, dopo. E neppure un trillo di telefono. Ella indossava l’ombra e il proprietario, lontano un oceano ad ovest, non ne era a conoscenza. Ci sarebbe chi è pronto a giurare il contrario. Ma cosa vale un giuramento?
 
Il lavoro, le corse in metropolitana, le giornate di pioggia passate a bestemmiare, i vestiti pregni di fritto e umido, rappresentavano per Lucy uno specchio da ripulire con liquido rosa e disinfettante. C’erano mosche sulla superficie riflettente. Tutto scivolava via. E a volte lo specchio rispondeva con frasi dalla forma di punto di domanda. Passeggiava tra muri di bestemmie e scarichi di rabbia, passeggiava lieve. Portava una croce verde incastonata nel braccio sinistro, un intreccio verde di rovi e seta: su quella croce lei si era appesa, tortura greve come miele e limone. Ed era la sua forza, la sua irripetibile arma. Era incastonata nella carne ma non provava dolore: un amuleto non ferisce più del giusto.
Tra le borse del suo bagaglio e trame di vecchi ricordi intrecciati ai capelli corvini, l’ombra dell’uomo e frammenti di sangue di una precedente morte e rinascita, Lucy trovava posto per piene boccate d’aria. E che sapesse amare, Sabina lo poté confermare.
 
Sabina è chi sta raccontando tutta la storia. Ho visto Lucy una domenica di ottobre e dopo poco volli amarla. Era un istinto primario. Ricevetti sette colpi di frusta nella schiena, dosi folli dei suoi occhi permeabili e, con lo scudo spianato, ero pronta a sguainare il mio arsenale per resisterle. Ma era mezzanotte. Ed io non conoscevo la sua capacità somma di bersi, a quell’ora, boccali di vita, non la conoscevo e non mi ero preparata. Ero inerme. Fui raccolta da lei e mi lasciai squarciare la carne, mi lasciai bere dita di linfa, facendomi urlare di desiderio per la durata tutta della notte.
 
-“Non mi importa niente di quello che succede durante il giorno. Di notte vado avanti con il sogno.”- mi disse. Programmava anche quello. La giornata l’avrebbe incatenata con ferri arrugginiti. Le stava bene. Conosceva il prezzo. La notte avrebbe amato l’ombra.
 
Io, adesso, incarno il giorno nuovo con dovizia di particolari. Mi trucco gli occhi di azzurro. Non lo avevo mai fatto.
 
Lucy, dopo di me, riprese ad amare l’ombra. La mattina di quel giorno nuvoloso di fine ottobre la vedevo passeggiare e avrei giurato che dietro di se aveva un’ombra. Sia maledetta la stanza d’albergo dov’ero rimasta a guardarla andare via. La vedevo dalla finestra, intenta ad attraversare lo spazio poco ampio della corte. Avrebbe attraversato il portone e forse non l’avrei rivista. Non c’era sole, quel giorno, ma sono pronta a giurare di aver visto un’ombra di un uomo che era dietro di lei.
 
Scritto da: vega77 alle ore 09:36 | link | commenti (3) | Categoria: racconti a forma di mela
mercoledì, 01 agosto 2007
Orchidea

Premessa: questo è un raccontino scritto svariati anni fa, già pubblicato su una rivista. E' diverso dal mio stile attuale, ma trovo che sia una piacevole parentesi rosa confetto.

ORCHIDEA

Orchidea. Nome di fiore, nome di donna. Orchidea, coltivazione da esperti. Poca aria in faccia per errore, e tra la terra puoi morire. Orchidea, ti chiamano Dea. Pensavo fosse un nome d'arte, tu che d'arte sei fatta. Invece lo porti da sempre, come regalo ad un fiore in carne che nasce. E come un fiore, hai lineamenti delicati, labbra sottili e sorriso a portata di mano. Mi guardi e i tuoi occhi mi bruciano dentro, poi inizi a parlare. Di letteratura e passioni.

Ti conosco da sempre. Ho visto crescere i tuoi capelli oltre le spalle. Capelli come spirali di conchiglia. Riflessi di rame.
Orchidea, amica mia.
Ricordi quella gita, con la compagnia di attori? Eravamo sul tram affollato di una Vienna di tanti anni fa. Mi tenevo in equilibrio sul mezzo instabile, dietro di me ti sentivo ridere. Risata come cascata di bosco. Mi giro e ti guardo e ti scopro a guardarmi. Sorridi, rispondo. Amica Orchidea, non ti ho più lasciata.
Vienna era fredda in ottobre. Orchidea dallo sguardo di meraviglia, con cappello nero in testa e riccioli di rame che scappano. Ti sentivi piccola di fronte ai monumenti ma dal tuo stare in basso li guardavi fiera. E la pioggia non era disturbo per i tuoi occhi in alto sotto la cattedrale di Santo Stefano. Le punte gotiche, stalagmiti di pietra, indicavano il cielo. Il tuo sguardo sedotto, docilmente, seguiva.
Con finta colpa da vizio capitale dividevi con gli altri i dolci che avevi comprato. Distribuivi caramelle ed allegria. Era un momento fantastico. Momento da bloccare.
Ricordi il viaggio di ritorno in pullman? In qualche ora della notte mi sono trovato solo con te accanto. Abbiamo parlato per ore. Dialogo caldo. Storie di sensazioni. Fino a quando sui sedili è regnato il silenzio. Tutti dormivano, ma io no, io non potevo. Ti avevo accanto e dormivi ma io non potevo.
Mi limitavo a guardare la pianura austriaca che sfrecciava illuminata da una luna spavalda.
a mattina verso le sette eravamo tutti nel piazzale da dove siamo partiti, tre giorni prima. Quasi un giorno unico, senza intervalli. Tu sei scesa e hai recuperato il bagaglio, poi sei corsa via, verso la macchina. Ti sei lasciata dietro un "ciao" generico, ma io ti seguivo con lo sguardo. Aspettavo risposta. E tu mi hai risposto, fissando il tuo sguardo nel mio, senza cambiare il passo.
Il tuo sguardo nel mio. Per un istante. Un attimo. Attimo eterno, attesa infinita.
Dal nostro ritorno ti ho a lungo cercata, amica mia. In un viaggiare continuo per le strade troppo note, un viaggio da Cantico di Salomone.
Avevi cambiato casa senza dirmi niente e poi qualcuno mi ha dato il tuo indirizzo e ti ho trovata.
Ho aspettato a lungo e si è fatta notte. Ma poi eccoti arrivare. Mi guardi e:
-" Che fai qui?" - dici sorpresa e divertita. Ti ho giurato di essere lì per caso, ma tu non mi hai creduto. Abbiamo passato ore a parlare e sentire musica. Ho pensato ai tanti tipi di blu; uno era quello della notte che stava fuori, in qualche luogo. Dentro la tua casa il giradischi frusciava e la puntina un poco saltava sul vecchio "Kind Of Blue" di Miles Davis.
Un giorno, due giorni. Duemila giorni.
Amica Orchidea, ti sei sposata.
Ma sono allentate le tue spirali di conchiglia. E tuo marito spero non ti esponga troppo all'aria. Un colpo d'aria in faccia per errore e nella tua terra potresti appassire.
Non sei più nella compagnia di attori e poche volte posso venirti a trovare. Ma ogni tanto dalla tua vita scappi e vieni da me. Che vivo sempre nell'attico vicino al Duomo, quell'attico piccolo, sottotetto a mansarda. Quello che ti piaceva tanto se accendevi le candele. Ora ho io il tuo giradischi. E qualche volta sogniamo ancora pensando ai vari tipi di blu. 
Non ti ho sposata io, Orchidea. Ti piaceva il mio attico e il mio parlare, dicevi. La lingua che parlavamo io e te soltanto. Sono il tuo amico, il confidente. Conosco i tuoi sogni. Ma quei sogni nelle mie mani non li hai messi mai.
Li avrei trattati come si tratta un quadrifoglio. Ammirato, protetto, ma raccolto no. Non si sradica dalla vita l'erba dei desideri.
Un giorno, due giorni. Duemila giorni.
Amica Orchidea, amante sfiorata. Non ti ho mai lasciata.
Accanto al mio letto ho una fotografia di te che sorridi. Dopotutto è arrivato il momento di lasciare il mio piccolo attico e di spegnere le candele. Potrei riporre la foto in un cassetto e nella nuova casa arredata, tenerla in soffitta. 
Spegnerò le candele.
Buonanotte Orchidea.
Buonanotte, amica mia.
Scritto da: vega77 alle ore 10:29 | link | commenti (1) | Categoria: racconti a forma di mela