Mi dondolo sopra un complimento... .
Avrei pianto fino all'esaurimento nel pomeriggio, arrancando per la collina troppo in fretta, e troppo piano per dimenticare. Soltanto un ombra in un vicolo, e il riverbero di una voce con cui mi svegliai per 365 mattine moltiplicate per quattro. Ho atteso, ho atteso , ho atteso. Ho davvero atteso per troppi anni. Anche oggi ho atteso. E poi arrancavo per la collina troppo in fretta. Ma troppo piano per dimenticare.
Fettina di sole, oggi qualcuno mi ha fatto un complimento. E non vale la pena, ma sto lavando i pavimenti, e domani so che sarà particolare e il cuore si dibatterà dentro la sua gabbia, poche mattine e sarà tutto finito, o forse inizierà, e lo spero e non lo so e ... Ma la paura. Che strano essere consapevoli.
Amicizie sospese davanti a quadri d'autore. Erano otto giorni che un quadro stava appeso, ma la pigrizia condensò la folla in un giorno soltanto, chiuso come un cassetto foderato di inchiostro abrasivo. E le parentele vennero tutte misconosciute.
Mi limitai, quella mattina, all'acquisto di un sacchetto di patatine fritte. L'olio lisciò la mia pazienza, e scivolarono i comportamenti. Le complicanze, le distorsioni, le corse in taxi gialli, le postazioni radiofoniche: tutto venne lasciato allo scivolamento.
La notte prima ebbi male allo stomaco. Si trattava solo di una rosa acerba che mangiai. La mangiai troppo in fretta, scambiandola per una cotoletta milanese, e me ne pentii ma ormai avevo litigato con maitre e cuoco e non potevo limitarmi a delle scuse. Lo feci ugualmente, dopotutto la svista fu mia.
La notte successiva risi, e non avevo veleni. Ero disastrata, questo si, e mi mancava il coraggio di respirare a boccate profonde, anche questo si, si, si. Ma poi risi come già scrissi e ripresi a mangiare patatine fritte. Che l'olio lasci scivolare il pantano dal piano cucina. Era soltanto una psichedelica colazione tardiva.
Parlando in solitudine amplificata dentro una città enorme di marciapiedi zeppi, desidero considerare la via d’uscita come un’ampia rosa di porte. Entro ed esco come una trottola carica, svoltando ad angolo retto, girando, girando, ubriacandomi di panorami intercambiabili. Ora navigo in barca, le case mi sfiorano il volto insegnandomi scene quotidiane in cucine straniere, captando raggi televisivi e odori di piatti mangerecci. Una scatola delle meraviglie sfiora la boa di passaggio e la nuotatrice ignara passeggia rasente lo scafo strusciandosi come un amante.
Mi chiedo spesso se non ho fiducia in me stessa, impaurita come sono di non riuscire ad abituarmi a prospettive scostanti. Senza spirito di adattamento non porto la valigia alla pulizia annuale. E devo aver fiducia: stanotte ho abitato un appartamento minuscolo, delizioso come un bacio di cioccolato. Un letto dove fare l’amore con il legno a separarne le piazze, otto divanetti in pelle e perfino un’anticamera soleggiata come una palma. Odiavo il mio amante, lo odiavo perché voleva sposare Giovanna, e non amava che me. Soltanto me. E Giovanna felice mi mostra l’anello acquisito, grosso come una saracinesca. Una pietra rosso sangue pulsava come un cuore da trapiantare. Il mio era nel tritacarne e schizzava la cucina di rosso. Il mio amante osservava pallido la scena senza spegnere l’interruttore.
I miei capelli lunghi e ondulati avevano bisogno di essere asciugati.
Di prese di corrente ce n’erano in abbondanza assoluta, la strada ne era piena. La pioggia miete vittime, un trasformatore non basta a tamponare la falla. Asciugavo i restanti pozzi con uno straccio giallo. Se avessi acceso l’asciugacapelli sarei morta di fulmini all’istante.
Un ciel sereno. Tutto quello che mi restava.
Ma il mio amante lasciò Giovanna, che ignara piangeva a casa mia. Il cuore trapiantato pulsava sul mio dito. Una stilla, due stille, tre stille. Il sangue colava come succo d’arancia.
Pensai: mi hai fatto il brodo? Una polverina ricavata raschiando piante, cortecce mobili, mondi autonomi. Tutto per ricavare una tazza contenente occhi, occhi, occhi su occhi e occhi ancora.Ma è freddo. E il brodo TI fa bene.
Le mattinate di settembre paiono aghi infilati in toppe. Un ago da matadòr. Poche parole, poche cispe, un velo cisposo sopra l’iride, respiro normale. E via che si infila l’ago. Un’increspatura sull’aquila di sapone e anche il serpente, se prima cambiava abito, non lo fa più.
Le valige dell’estate sono di gomma, galleggiano, voleggiano e colorano. Obbligo di divertirsi, niente di personale d’accordo, ma se non ti diverti sei troppo tapino. Tappati gli occhi, è agosto!
Poi viene settembre e il pennello intinto nel grigiume passa, ripassa, passa la terza volta, dipinge e ridipinge e se tu ti vesti di lana e non sorridi più al divertimento convulso va bene. Sei adulto, amico mio. E' finito il tempo della vacanza.
Chi ha detto che la notte è nera? Per chi nasce tra i prefabbricati avendo conforto nell’asfalto e viene cullato dai martelli pneumatici, la notte non può essere nera. La notte è gialla.
Sono i lampioni intermittenti e i semafori, sono i fari sfrontati che illuminano le chiese e i ronzanti neon delle vecchie parrucchiere e gli antifurti assordanti ad essere gialli. E la pelle che mi si ricolora è gialla. Il sapore che resta attaccato alla lingua, quel sapore di chi aspetta e aspetta con la speranza avvinghiata al disincantato è dolciastro, e sondando il dettaglio noto che è di colore giallo.
Quelli come me, che duellano tra picchi di dolore ed euforie frastornanti, soltanto passeggiando la notte tra i caseggiati in periferia può sperare di trovare uno sbadiglio di pace. E’ allora che la città finalmente mi avvolge, anziché ringhiare. E posso ascoltare il ticchettio ritmico dei miei tacchi sull’asfalto. Asfalto giallo.
Stanotte piove.
È giugno. E’ freddo. Non vivo in un ambito cortese.
Stasera ho mangiato, ho riso; stasera ho assecondato, ho ascoltato, ho rassicurato. Stasera ho sperato. Ho esitato, ho sforzato, ho ammesso e smentito, stasera ho dato il peggio. Stasera ho rincorso. Soprattutto ho rincorso.
Stasera ho rinnegato.
Stanotte piove.
Passeggio tra il giallo e non sotto i cornicioni, non mi sto riparando da niente e la pioggia non è che la cornice di tutto il quadro. Quanta strada per venire da te che per tutto ieri e tutto oggi ti ho atteso e ti ho rincorso, quanta strada sotto la pioggia di ghiaccio. Le gocce ormai sono rivoli, dai capelli alla nuca al collo alla schiena, la stessa strada per altre centomila gocce. Chi ha detto che tu voglia vedermi?
Sarà mezzanotte, eppure ti rincorro. E se mi rintanassi in un vicolo cieco e mi mettessi a dormire, attendendo lo schiarirsi del grigio nero al grigio fumo, attendendo i primi clacson?
Ma sono già in un vicolo cieco. Se almeno dormissi, ci sarebbe l’oblio.
Come ogni sorella bagnata da pezzetti di sangue solido e mollette da bucato sto incerta con un piede nella storia e un piede nella casa del peccatore interno. Un’espiazione colta, una sbirciata attraverso gli stipiti delle porte nere. La visione di una proibizione, un letto pallido con lenzuola di pesca, dimensioni sfalsate da sapienti piattaforme di neon. Chi non era bello e non era sano e non era pesante di profumo mi appariva come un carretto di voglie, di deliziose sfoglie esotiche glassate di promesse.
E in una zona industriale di mattonelle rosse passeggiavo mani in tasca e borsa a tracolla pestando nelle pozze di piogge stantie. Cantavo tra me e me, pensando di telefonare a qualche confessore, rigirando tra le mani un ciondolo di pietra senza colore, ingannando i miei saperi e credendo alle magiche pozioni mentre masticavo cubetti di polistirolo al sapor di nulla. Quando si è senza religione, pensavo, anche un pezzo di legno può diventare sacro.
Era brezza quella che mi stava spettinando, brezza salata. Una bugia mi volò incontro, sollecitante come una piuma, pungente di liquirizia, una stupita ressa di pulviscoli. Rimasi accarezzata. In quell’istante squillò lontano un telefono. Era per me. Era il confessore.
Non saprei dire quanto corsi. Al centesimo squillo svoltai, e le falcate erano di metri, la mia leggerezza lunare.
Sarebbe vaporosa la vita se vuotassi dalle celle sulla mia pelle ogni traccia di peccato. Un rovescio temporaneo di pensieri cattivi, ed un lavavetri sulla mia retina, che mi pulisce dalle immagini avvolgenti e sbagliate facendomi vedere soltanto il prato curato della consuetudine. Ma il biotopo dell’inesplorato suona melodie inedite, e di tutto lo sconosciuto miele e ortica io sono attratta.
Tanto bella e buona e tanto cara, ma soprattutto buona. Così angelica, sorridente, così perfetta.
Si. Perfetta.
Non è nella condizione tridimensionale, la perfezione: girati, gira attorno al soggetto e nota la riga sfalsata, fallo con acido sentire e profanazione, ma fallo. Sputa sulla dolenza. Sottolinea il difetto!
Ma, oh, quando si incontra un capello magico costretto nelle sue dorature e sotto sosta un sorriso senza spine allora si, è lei. È perfetta!
Ho aperto la mia testa. Dicono sia una scatola, devo averlo letto su qualche pezza enciclopedica. Per cui l’ho aperta e vi giuro, dico, giuro, non ho sentito cicale verseggiare. Non ho notato pensieri eccentrici. Non ho osservato distorsioni. Era a posto. A posto. Avevo la testa a posto.
Quindi, questa E’ la perfezione, almeno per i figli delle più.
La vita dovrebbe essere una dolcezza, un leccare continuo di bastoncini rosa e panna.
Nacque un flirt tra me e l’ennesimo amico. Era un flirt da tavolino, sottile come venature di legno, e nodi scuri ad intervalli irregolari a bloccare il pettine. Ma un dito, lo sfiorarsi delle scie, un capello perso in auto, color cioccolato, il sedile ancora caldo. E quel non frinire di cicale in testa che invece lui sentiva, e sentivo pure io.
Io sapevo che quel frinire non avrebbe smesso, sarebbe diventato sempre più assordante, fino ad implodere; io sapevo che quel suono mi era diventato base ritmica per continui cambi di battiti cardiaci. Il cuore, su quel ritmo, ci improvvisava ritmi dall’Africa al Sud America, e le sapeva tutte. Passando per i Caraibi. Era uno scalo compreso nel volo. Tanto valeva scendere e farci un giro.
Il trillo di un telefono in lontananza: il confessore. Valeva a dire che il peccatore interiore era in azione? Ma come potevo parlare al confessore se nella mia testa continuavano a frinire le cicale?
avrei dovuto bere più vino, attaccar briga col cameriere, zittire qualche bambino che leggeva poesie imbecilli e ballare di più, gridare in mezzo alla pista, sopprimere l'umidità, far la doccia nell'antibagno, mangiare funghi, non parlare con la castellana, entrare nelle corde del violinista.
non ho fatto niente di tutto questo. Al lancio del bouquet ero a giocare a calcetto con altri 3 uomini. Ma ero vestita da uomo a mia volta e nessuno ha notato la mia assenza. In compenso ho portato a casa un decimo di torta nuziale. Cioccolato bianco.
liberamente ispirata all'omonima canzone dei Depeche Mode
Una stanza, due situazioni, diverse illuminazioni. A metà, un muro d’acqua divideva in due rettangoli esatti il locale. Guardiamolo come si guarderebbe un quadro: a sinistra luci ocra e seppia, a destra siamo dentro al grigio fumo; a sinistra un uomo bello vestito di nero, immobile, a mani proiettate in avanti, a braccia morbide, volto disteso; a destra, una donna bella vestita di nero, gonna lunga e maglia pesante e un tronco d’albero danzante a rami danzanti che esce direttamente dal suo cuore ed esprime contorcendosi con grazia il sentire di lei.
Ti sto offrendo solo amore gratuito, dice l’uomo. Solo amore gratuito. Non ci sono regole, non ci sono scordature. Non c’è nulla se non questo amore. Ma la donna è di spalle e non lo sente mentre il tronco con grazia si contorce nella sua muta danza di disperazione.
L’uomo a passi lenti si avvicina al centro della stanza dove il muro d’acqua crea un’impalpabile barriera di velo e cemento contemporaneamente: basta che esso venga toccato dal dito dell’uomo perché l’onda d’urto si propaghi, da tocco a valanga. Stille di acqua e suono entrano spezzate nella zona grigio fumo dove sta di spalle la donna vestita di nero. Ella percepisce, si gira lenta, occhi stupiti, non interpreta l’uomo.
Di cosa si tratta? Nessuna tegola? Nessuna parola, nessuna corda imbrattata di bellezze. Un collage di insegne e dove hai nascosto l’inganno, uomo di universale bellezza?
Un essere umano / tronco d’albero con rami contorti non crede nel regalo.
La sua danza contorta propone convulsioni. È il peccato che consuma, un peccato che d’odio comune e comune accordo si nutre, pur essendo cristallo.
Al centro della stanza l’uomo e la donna vestiti di nero stanno uno fronte l’altra, muro d’acqua e cemento tra loro, luci ocra e seppia e grigio fumo distinti netti tagliati da una ghigliottina ma l’uomo infrange norme ed obblighi entrando con la mano nel rettangolo della donna, facendo volare schegge d’acqua in ogni parte, mescolando i colori, lasciando che si contorca con grazia il tronco.
Invita lei a ballare.
ebbene si
Mi piace scrivere e partorisco storie alla velocità della luce. Non mi era mai successo. Sono in un periodo prolifero. Si dice così?
Giorni fa discutevo con un'amica: a che serve, diceva lei?
Io credo che nello scrivere sta la gioia, nell'atto di mettere lettera dopo lettera, concetto ed immagine, parola e personaggio, psicologia e passato presente futuro di chi voglio far parlare, una specie di demiurgo ma in piccolo, creare stanze e strade, oggetti e vestiti, odori e sigarette spente, squarci e flash, ricordi e tutto quanto da capo, finto, finto ma che si muove.
Finita la storia, è come un mandala, per me... potrei anche distruggerla. E' andata. I personaggi si muovono nel loro mondo ed io non ho fatto altro che sbirciare per un po'nelle loro stanze e ritrarre quello che vedo. Nient'altro
Ecco dove sta la gioia: a che serve? Non è una domanda pertinente.
La pioggia, dicono, renda colme piastrelle aggiuntive di macchie gradualmente bianche. Soprattutto se la calma in questione è una collana di origine arancione. Un mercato cinese: tanto bastava a Vera per acquisire informazioni cotte al vapore di una ferruginosa fonte di guadagno. Una calma limpida come il fiore in agosto, sette volte sette le bugie che gli uccelli con le piume verdi preparavano per farcire le loro torte. Sentimentalmente, Vera potrebbe avanzare qualche trattamento; ma la luce del piccolo schermo era a dir poco roboante, e Vera non ci stava. Non ci sarebbe più stata. Basta ristoranti sotto la cappella cilindrica; basta orribili acquedotti denunciati al banchetto di stoviglie arrosto; basta unghie raccolte per fare un favore alla biblioteca; basta tutto questo e altro ancora. Sette volte sette: e a lei bastava.
La favola ci insegna che non sempre parlare sensato, ha un senso
(vi chiedo scusa... oggi ho mal di testa).
I sogni durante i sonnellini pomeridiani differiscono da quelli notturni. Sono meno vividi, non ho la sensazione di vivere il sogno in prima persona; inoltre percepisco in maniera più ovattata calore, piacere, paura, sudore. Sono spesso brevi e confusionari. Spesso a fondo erotico.
Mi trovavo in una casa sconosciuta, ma erano amiche mie le due donne che vi abitavano. Dal poggiolo si vede la città tutta, ed una casa a schiera in primo piano. Un appartamento ha il poggiolo pericolosamente inclinato verso sinistra, ma il cane vi sta sdraiato pacificamente e il padrone di casa ritira il bucato indifferente. Quelli del piano di sotto, poi, sembrano proprio non preoccuparsi del pericolo sulle loro teste. Faccio presente questo fatto alle amiche, ma apaticamente mi rispondono che di anormale non c’è proprio niente.
Guardandomi attorno, l’appartamento, noto, ha molte vetrate, da dove il tramonto filtra; molti falsi piani, gradini che salgono di due e scendono di due, ma non conducono in altre stanze.
“bevi il caffè” dice una delle due donne.
Devo rientrare. Sono a piedi, si fa buio, la strada per casa è lunga.
“bevi il caffè”. Insiste. Non mi posso scusare.
Ma la preparazione della bevanda è lunga. Qualcosa bolle in una pentola, ma ha l’odore della pasta. E’ pasta. Tortellini, per la precisione. Lei, dice, cuoce il caffè assieme ai tortellini: prima si gustano questi e poi si sorbisce il caffè. Mi si rivolta lo stomaco. Ma mentre la città si rabbuia in fretta, la donna mi mette in bocca due tortellini. Mi viene da vomitare, ma non posso sputarli e li mastico, ogni boccone un conato ed infine li ingoio.
Cambia scena, sono in un cortile, degli sconosciuti mi fotografano ed io mi giro per non volger loro il viso, ma dietro di me altri sconosciuti mi fotografano e tra i flash mi sveglio.