Preclusa dal pulviscolo
Attraverso la plastica non sento
- odori o liquirizia acerbe,
uno starnuto, un’ ipotesi,
il chicco di un brano.
Intercetto la tua aria senza leggerla.
- mi spolvera il custode, come farebbe con
la teca dei ragni.
Sigilleranno la plastica che mi dilata
Domani
La tua canzone rischia di perdersi!
Con aghi e primizie la imprimo nella carne.
Se io morirò, tu almeno resterai
Eleganza velata di sorgenti oscure
e tu, perfezione, ti perdi chiarendoti.
Io ti raccolgo in un soffio di sogno.
Poiché amore chiama amore
il mutar di stagioni è meccanismo perfetto:
segue il lampo alla promessa.
Riempio dodici tazze
bevendole.
Se dovessi esplorare la caverna interiore
Riordinata nelle mie camere oscure,
Partirei di notte.
La pioggia lecca la città lasciva.
Un colare, un lambire, un untuoso lustrare:
niente verrà rifiutato
niente verrà osservato – realmente-
Porto nel mio baule spaccati e musica
Ululati di strada e
Arterie infiammate di canzoni.
Danza un sole sui propri raggi
gialli cristalli bagnati di lenzuola
solitaria luce costernata ingabbiata
nel niente di una lampadina
scoppiata.
Sento la retina bruciare
rea di vederti priva di censure.
Consuma il mio corpo ossigeno e gas nervino
Vai, mia sorte
lanciami lame!
Correrà la linfa nel lavandino.
È cartapecora il soggiorno,
di ghiaia le fiamme.
un'amica dai grandi occhi verdi definì una "mattina di carta vetrata". Non voglio rubarti le frasi, cara, ma questa mi si è impressa dentro, quando sento il freddo della ferrovia, quando ancora non ho imparato a vestirmi in modo adeguato. Ho passato 5 giorni a prendere il treno, 5 giorni di ansia e carica e gioia e forza e solitudine e preoccupazione ed adrenalina ed eccitazione e disperazione e poi di colpo, il treno si è fermato, mi ha fatta scendere con la forza del rinculo e mi sono trovata in aperta campagna. Pare strano, ma la brina della notte vi si trovava ancora, nonostante il sole alto: era una brina peggiore di quella d'asfalto, una brina che si attaccava le ossa e mordeva fino a creare una breccia ed entrare nel midollo, raggelando anche quello. Sono rimasta come uno spaventapasseri. Solo che ero io ad essere spaventata.
Se straslocassi su una stella mi metterei a ridere vedendo il mio paese scorrere come una briciola sotto la mia testa. Ma non cavalco le stelle. E non cavalco. Decido di volare e poi rovino a terra. Di nuovo. Per l'ottava volta nell'anno duemilasette. O forse la nona. E forse era il duemilasei.
Soltanto una frase, uno schiaffo sospeso, e una lite che non è mai avvenuta; la tua voglia di parlare ormai non era più al primo posto, e assieme a me è slittato in fondo alla stanza, rimanendovi. Avresti preferito che fossi un cristallo, una pietra preziosa, forse una fragile foglia, ma foglia argentata, per tenere il tutto sottovetro, in modo che il mondo neanche potesse vedermi. Sentivo che nella teca mancava l'aria. Il telaio era d'acciaio (non si forza l'acciaio, dicevo).
Alla fine ho rotto tutto con un punteruolo di rabbia. Tu ti sei offeso. E io sono andata lontano.
Tutto il resto passa come una briciola sotto la mia testa. Attendo il passaggio di una stella per cavalcarla.
E' poco il mio tempo in questa Terra, non è che farina quella che io scambiai per neve. Morire di freddo, ma perchè se poi scopro che davvero è solo farina?
C'è caldo in una zona segreta del mio intestino, un posto dove i sigilli delle porte si sono rotti. Non vi entra mai nessuno, se non su esplicito permesso, e solitamente sono note. Tu, piccola fantasia d'infanzia, senza ali e senza respiro, soltanto un battito della stessa pulsazione cardiaca, o forse meno -
Il doppio delle stoviglie apparecchiate, nella tavola mentale dei miei giudizi. Nella fronte stavolta non lascio che crescano paranoie: ho rubato l'annaffiatorio dall'orto, moriranno di sete. Questione di ore.
Eri l'amica immaginaria della mia solitudine. Devo aver avuto otto anni.
E' una strana ninnananna, è quasi una preghiera. Lascio che il vento apra le porte, e che scorri nebbia e che scorri il fiume,e che scorri pace e che scorra il verde della mia fantasia.
Ho sognato…
Ho sognato di poter lasciare il mio corpo e di…
… lasciavo il mio corpo come fosse facile farlo e volavo in alto, verso il soffitto. Tutti nella stanza urlarono stupiti. Sentivo un formicolio dappertutto e ancora con poca dimestichezza guardavo in giro, volavo ma tanto tanto felice, felicissima di poter far questo. Vedevo il mio corpo in un angolo abbandonato, in piedi ma inerme, appoggiato come una bambola ad aspettarmi e sapevo che se volevo operare ed essere vista in questo mondo e dimensione avrei dovuto servirmi di quel corpo come strumento. Ma non ero morta: io vivevo, e bene, felice, libera e ridevo tanto. Giocavo a fare il fantasma nelle altre stanze, imbucata a feste con un drappo smeraldo sopra me, ma nessuno si spaventava, nessuno urlava o mi vedeva neppure: come fantasma ero un vero disastro. Per questo tornavo nel mio corpo dopo poco per farmi vedere e per parlare con gli altri, tornavo a respirare coi polmoni ed ero anche contenta del viaggetto appena compiuto attraverso le altre stanze passando per le pareti, attraverso le persone, dato che ero impalpabile.
Sogno lunare, microscopica visione profetica di una verità che si dovrà compiere, presto o tardi. Oppure la rappresentazione della mia speranza, quello in fondo a cui credo dopo aver gettato nel fiume carico di petrolio simboli religiosi imposti che mi facevano gelare il sangue senza darmi conforto, senza fede, senza sentirmi più sicura. Più spaventata, minacciata questo si, osservata come spiata, seguita. Poi la decisione un giorno perfetto di mollare, abbandonare tutto e via che si respira e si va di gioia… con la gioia, mi dissi, sono a posto.
Il cane sdraiato, lo stereo suona musica fatta in casa campionata, una musica che vorrei produrre ma non produco. Lo scrivere mi scarnifica la voglia di fare tutto quello che altro vorrei. Dormire incluso. Stasera la pagherò se non mi corico ora ora adesso dai mi dico spegni computer programma stereo finestra cane luce casa e dormi ma sono in preda alla febbre le dita sulla tastiera veloci come corrieri caffeinomani digitano lettere e e a f b r s gle ams, e f e g yrw
E il senso compiuto?
E il senso computo? Scritto alla computer, computo per dire compiuto, chissà non credo proprio sia corretto
Scrittura automatica aiutatemi amici spiriti energie di poeti morti datemi una mano basta che
Ora una storia
Nessuno percepisca l’odore di spray dell’autore di quel murales in azzurro e oro. Nessuno per carità. Altrimenti orde di cammelli montati da guardie scandinave sarebbero giunte in un solo bagliore emergendo da piloni e lampadine ad arrestare l’artista, coprire di vernice bianca l’opera, appiccicare manifesti elettorali ad elezioni già avvenute, chiamare la stampa attraverso la percussione delle griglie nell’asfalto a colpi di forti manganelli. Tutto questo avrebbe fatto allarmare i piccioni che, giunti in stormi, avrebbero portato con sé vecchie donne pronte a dar loro briciole di pan nero. In un attimo, il sottopassaggio silenzioso si sarebbe sovraffollato, le biciclette si sarebbero suicidate per soffocamento e le borse della spesa marcite. L’artista a quel punto userà, io credo, dello spray inodore.
Ma un sollievo. O una voce iridata. Non voglio sentire in lontananza suoni di nessuna campana, a meno che non sia una campana tubolare o campana sintetica. O la ruota di una bicicletta dove qualcuno vi suona i raggi.
Era una bici molle quella che vidi mesi fa all'uscita di un sottopassaggio: adagiata al terreno come una coperta, aderente ed abbandonata, lasciva o in crisi che fosse, questo non lo so. Era una bici rassegnata. Non amo la rassegnazione, alla fin fine è bene osservare tutto il contenuto del proprio hard disc passare su un nastro trasportatore, senza soffermarvisi: frammentare e non tentare i collegamenti.
Sono come le costellazioni: non ce n'è una che non fosse ridisegnata nella mia mente. E la caffettiera di Orione non mi piace poi così tanto.