L’estate, stagione tanto amata da me, termina, nei sogni, o addirittura scompare nella maniera più traumatica possibile.
Nel sogno tipo, so di essere nel mese di luglio, ma mentre il giorno X la canicola mi imponeva abiti leggeri e sandali, il giorno seguente sono costretta ad infilare cappotti e maglioni. Il più delle volte, con troppe poche eccezioni, il repentino cambio di temperatura coincide con un ormai trito ritorno a scuola.
Il sogno che racconterò in questo post non si discosta tanto dal solito canovaccio, con l’aggiunta del clima umido e rigido, della condizione notturna e di un ben noto stato d’animo della mia adolescenza nonché, purtroppo, di gran parte della mia vita da adulta: l’ansia depressiva.
Vado con ordine: scuola, naturale. Classe oscenamente bassa per la mia età, presumibilmente scuola elementare, ma senza specificare. Una visita ai gabinetti, una zaffata di umido mi investe perché un’altra classe ha appena terminato l’ora di ginnastica e le ragazze si fanno la doccia, dove per altro non esiste doccia; una ragazza mi mostra il suo tatuaggio nuovo, sull’anca: motivo giapponese, figure antropomorfe, il sogno, qui, non specifica.
Proseguo alla ricerca di un gabinetto libero, ma mi ritrovo alla fermata dell’autobus numero uno: piove, ho il cappotto, le calze, gli stivali ma non la gonna, una borsa di tela in cui alla rinfusa ho mescolato spesa alimentare ed effetti personali. Ho un berretto che mi ripara la testa. Prendo l’autobus, ma mi porta lontano, troppo lontano per poter tornare in aula in tempo dopo il suono della campana e la fine dell’intervallo.
Mi trovo sul mezzo pubblico, la gente presente è mezzo addormentata, infreddolita: fuori è notte, dovrebbe essere stata mattina ma l’orario invece è molto tardo. Ad una delle fermate, salgono tre ragazzi: sono miei vecchi compagni di scuola elementare, quella reale, qui mandati in missione dalla mia attuale classe per cercarmi, trovarmi, e riportarmi a scuola.
Nel frattempo noto che la spesa nella mia borsa, composta da barrette di cioccolato, si è mezzo sciolta a causa della pioggia e sta imbrattando ogni oggetto. Davanti a me, seduto, scorgo mio padre: “porta a casa la spesa” – gli dico – “ e di alla mamma che arriverò presto, ma non aspettatemi a pranzo”. Mio padre prende la borsa e scompare. Mi assale un senso di smarrimento ed abbandono: avrei dovuto tenermi gli effetti personali e non dargli tutta la borsa, avrei dovuto dirgli di portarmi a casa con lui anziché lasciarmi andare a scuola ancora una volta. Ma i miei compagni mi stavano scortando, non avevo via d’uscita. Mi accorgo di non portare la gonna e alla solitudine ed arrendevolezza si aggiunge la vergogna.
Ma i compagni di classe, per una volta, sono dalla mia parte: ti portiamo in classe, mi dicono, solo per fare presenza. Ma poi scappiamo via, tutti insieme, prendiamo un altro autobus e ti portiamo a casa.
Nel frattempo dobbiamo scendere, la stazione è al buio, la pioggia scende dirotto, fredda e sottile, ed il numero 3 passerà tra venti minuti: troppi, non c’è un riparo.
Ma il tempo nei sogni è un elastico, si dilata enormemente ed enormemente si restringe: arriva il numero tre, saliamo, senza biglietto, mi appare la gonna e sorrido. Ho meno freddo. Il sogno termina.

Il ripetersi dei gesti ha una conseguenza: la morte della fantasia.
Conseguenza estrema. Orrore del quotidiano.
Da qualche parte devo essere morta: lo specchio che ho davanti non riflette che la stanza.
Smarrimento
e ne ho bevuti di caldi elisir.
Un’aquila becca la Grande Natura
La danza di pochi,
cerimonia del forse,
una roccia,
la fiducia basata sull’ics.
Elastica stanza
abbassami le palpebre!
Non bastano perle di oli mortali.
Non basta il giallo del sole di ieri.
Questa notte finirà tra trent’anni .