Detesto i bagni. Detesto i bagni pubblici. Detesto i bagni domestici. Detesto le case con tre, quattro, cinque stanza da bagno. Se sono tutte guaste.
Mi trovo in una di queste stanze da bagno. Sono vestita di nero, un abito attillato, accollato, maniche lunghe, gonna corta, collant neri, stivali neri, capelli a caschetto. Neri. I miei.
Voglio uscire, da quella stanza da bagno. Ma la porta è chiusa, incastrata, serrata male, o qualcuno mi ha chiusa dentro, sapendo del mio terrore, e volendo terrorizzarmi ancor di più. Per fortuna sono al piano terra, e posso dunque fuggire, se apro la finestra.
La apro.
Uno strano davanzale.
Una finestra, un davanzale lungo e grande come la cabina di un ascensore e poi la seconda finestra. Fuori, la strada: vedo un autobus, un'automobile con delle persone a bordo e l'autista che esegue la manovra del parcheggio, altre automobili che passano, persone che camminano lungo i marciapiedi, negozi aperti. Attività.
La seconda finestra è chiusa da fuori. Io sto nell'intercapedine, tra una finestra e l'altra, e quella dietro di me mi si è chiusa alle spalle. Bloccata. Come la porta.
Poco male. Busso: qualcuno, dalla strada, mi aprirà.
Ma tutti guardano questa donna dietro e dentro la finestra vestita di nero, che bussa al vetro, e nessuno pare sentire; guardano, ma i loro sguardi non si fermano e passano oltre: che siano troppo spesse le tende? Busso più forte, ma i rumori , fuori, coprono i miei colpi, tutto è più rumoroso, tutto è più veloce della donna ferma nella finestra, prigioniera in una gabbia di vetro, né dentro, né fuori.