Benvenuti nell'Hotel Caotika. Volete una camera?
raccontino della sera - direttamente dalla cartella "mele strapazzate" -
Qualcuno stasera mi disse soltanto che la stanchezza è una questione di batterie. Una sola e semplice questione di batterie. Non ho mai dato elogio alla stanchezza, se non quando, verso la tarda ora, l’orologio inizia a battere come un asino scalciante e le mie dicotomie formano voragini. Inizia una danza allucinata, dove la dislessia diventa il ritratto stesso del tradimento verbale, dove i numeri si buttano in un magma fondente e sputi di sassi vertiginosi cadono frantumando le restanti idee. Tutto come se nel mare non vi fosse che sale.
E se pulsate con voci e mare e cori e acqua, tanta acqua, come vi amo, batterie! Vi sento scalpitare, dentro la schiena, scorgo scintille e pericolosi crepitii: digitate la fatale combinazione, bagnate i circuiti: qualcuno stasera mi disse che la stanchezza è pronta a battere le sue ore. Riscatto. Riscattami. Quelle poche energie che mi restano ve le impacchetto volentieri. Poi se rido, se piango e rido e mescolo frasi e parole diventando pazza, la colpa è vostra, la colpa è delle batterie!
Ma tutti, lo sanno?
Scritto da:
vega77 alle ore 23:37 |
link |
commenti (1) | Categoria:
racconti a forma di mela
Ho in testa questa storiella, non ho idea della sua provenienza, credo me l'abbiano spacciata per cinese, ma non posso esserne certa. La trovo comunque bellissima e ve la riporto, raccontandovela con le mie parole, perché chissà come sono le originali.
In un paese di contadini venne un'alluvione, e l'acqua ben presto invase le case: le persone furono costrette a rifugiarsi sui tetti delle abitazioni in attesa che arrivassero i soccorritori. Non si fecero certo attendere e, navigando tra i tetti sporgenti su grosse barche, salvarono ben presto tutte le persone.
Tranne un uomo.
Si rifiutava, quest'ultimo, di scendere dal proprio tetto, dicendo che Dio lo avrebbe salvato, e non certo gli uomini. I soccorritori tentarono di convincerlo più volte, ma invano. La loro barca dunque si allontanò, con la promessa di ritornare di li a poco.
Dopo qualche minuto tornarono, ma l'uomo si dimostrava irremovibile. L'acqua nel frattempo continuava a salire, e le barche dopo poco non poterono fare più nulla: la seconda imbarcazione si allontanò, per andare a chiamare un elicottero. Questo arrivò appena in tempo, l'acqua ormai era arrivata alla gola dell'uomo, che a stento si teneva a galla:
-"Sali sull'elicottero!"- gridarono i soccorritori.
-"No" - insisteva l'uomo - "Dio mi salverà" - Ma queste furono le sue ultime parole. L'acqua lo travolse.
Arrivato al cospetto di Dio, l'uomo, esterefatto chiese:
-"Dio, perché non mi hai salvato?"-
E Dio rispose:
-"Come puoi dire che non ti ho salvato? Ti ho mandato due barche e un elicottero."-
Buona giornata.
Due post al giorno non sono mia abitudine. Tuttavia questa frase dovevo riportarvela:
Non sbaglio mai e questa cosa a volte mi genera noia
meno male che al mondo esiste Piffer Pan :-D e le sue meravigliose trovate. Soprattutto in un lunedì di pioggia.
La mia bianca coscenza sta seduta sul divano di pelle, anch'esso bianco. E' uguale a me. Anzi, è me. Ma parla a me stessa come se fosse una sede staccata. Ed è in una stanza bianca su pavimento bianco.
Ha i capelli neri, tranquilli: per via del principio del Tao.
Lei mi dice "Potrei dirti che tu hai convissuto molto più tempo assieme a quel che credi che alle recenti speranze."
Si , è vero. Ma non mi consola.
La bianca figura è implacabile, e mi dice esattamente tutto quello che non voglio sentire. A ben vedere non so se si tratta della mia coscenza. Magari è un modo come un altro di dialogare tra me e me.
Non lo so, sono confusa. Immagino che sia solo la macchiolina nera dentro al bianco del Tao.
Se indosso quel ciondolo mi dicono che sono freak, troppo figlia dei fiori, troppo fuori moda. Ma non è vero. Non indosso niente, a quel punto.
Iconoclasta.
Non sarà molto, ma aver concluso qualcosa - nel mio intimo - è comunque... qualcosa.
In effetti, non sto molto sullo zafu nero nella posizione del loto, e questo mi rendo conto non è disciplina: uno zafu come arredamento non è disciplina. Ma, come si dice in un libro di Murakami - finito di leggere stanotte - la cosa importante è "continuare a danzare, e farlo talmente bene da farsi ammirare da tutti" (ho citato a memoria). Il fatto che per noi occidentali non sia per nulla comodo sedersi su uno zafu non è una giustificazione plausibile. Ci vuole disciplina, ripeto.
Un equilibrio, dentro di me, riesco sempre a ripristinarlo - almeno ne ho l'illusione. Ho cercato questa cosa per anni, ossessivamente: la voglia, anzi, la necessità di essere "a piombo". Per girare come un 'ubriaca il meno possibile. Non so come, magari raccontandomi un sacco di balle ogni mattina, ma mi rimetto "in bolla".
Ma la discesa negli inferi. I miei. Si, questo lo pretendo.
E se mi metto di nuovo a sedere su quello zafu sarà la sola cosa ben fatta.
(naturalmente continuare a danzare, sempre per restare in tema di citazioni...)
Non la odio affatto. La pioggia, intendo.
Se posso starmene a casa, con la musica nelle orecchie, allora mi piace, perché è come una mano di vernice su di un quadro terminato, ed il vetro tutto intorno.
O una corsa in treno, e la pioggia che sbatte sui finestrini, si aggrappano le gocce ma la velocità le porta via, come lo scorrere delle montagne che diventano pianura che diventa mare, ed io ferma.
A guardare.
E respirare la salsedine lontana, una passeggiata al lago, il cuore fermo, il pensiero cauto.
Ti amo,tu non sai quanto.
Amo da morire
anche il tuo silenzio
che non mi lascia
andare via.
Vado ma se mi dici
"Non lasciarmi solo"
non so se il cuore
ce la fa'.
La Vanoni cantava questa canzone tanti anni fa, assieme ad un'ochestra.
Non riesco a non commuovermi ogni volta che sento queste parole...
Annego nel mio oceano di maionese. Mi dicono di danzare (danza! danza!), ma avvolti da una spessa cortina è impossibile muoversi.
Scritto da:
vega77 alle ore 20:46 |
link |
commenti | Categoria:
free jazz
Mi sembra di risorgere
(ho detto "Mi sembra". Non prendete tutto alla lettera.)
Ho iniziato a leggere un libro, dove si parla della presenza di uno strano hotel. Che ci siano delle somiglianze con l'hotel Caotika? Per esempio, nell'albergo del libro, per guardare qualcosa, qualsiasi cosa, bisogna per un pochino inclinare di lato la testa. Tutto è diritto - all'apparenza: ma qualcosa di sproporzionato, che vedi solo con la coda dell'occhio, ti indica l'errore. Non lo fa palesemente.
Nell'hotel Caotika qualcosa di proporzionato che vedi di sfuggita ti dice che - forse - da quella parte c'è l'uscita di sicurezza. Dove sia nella mia vita il cartellino verde con l'omino che fugge, ancora non lo so. Sarebbe bello saperlo, una volta tanto.
Scritto da:
vega77 alle ore 15:44 |
link |
commenti | Categoria:
free jazz
Neppure il rocchetto, spingendolo, gira. Ma si chiama rocchetto, vero? Non sto sbagliando? La matassina di plastica e filo per cucire...
Comunque. Non gira. E la macchina non cuce nessun vestito. Sono giorni che rimango avvolta in un asciugamani, e non posso uscire di casa - lo chiamano "aprile", ma è ancora troppo freddo per esserlo.
Inizio a pensare che non sia una macchina vera, ma solo un quadro.
Un aperitivo a base di febbre e analcolico. Con una fettina d'arancia. ("Vuole l'agrume?" mi chiese un barman sabato sera. Che razza di domanda è questa? )
Gocce di sangue nella mia corazza. Almeno, spero.
Niente da fare. Ho mangiato un piatto tirolese, ma con il ragù. Anche qui centra l'agrume (pomodoro e carne... )
Preferirei niente sangue per un po'. E iniziare un'esperienza di madre. O come farei, io , che sono troppo bambina?
Scritto da:
vega77 alle ore 20:39 |
link |
commenti | Categoria:
free jazz
La poca voglia di scrivere pagine di diario, confrontata con i fiumi di carta spesi nei mesi passati, è incredibile. Vivo di onde. Periodi di creatività massima, e musica e lettere e racconti e poesie e e e ancora e, poi nulla, e bellissime le mie note sul diario (tipo "non ho voglia di scrivere, per cui aggiorno in due righe le giornate passate"). Rido da sola.
Ho notato che le piastrelle della mia cucina sono quadrate. L'ho notato da quando vivo in questo appartamento, circa 4 mesi. Ed io, che sono una nevrotica, mi sono imposta di dover camminare "a cavallo" sulle piastrelle. Che significa? Beh, avete presente gli scacchi? Il cavallo si muove di due caselle avanti più una di lato (destra o sinistra non ha importanza). Si chiama anche "movimento a L". Ecco. Io cammino così, in cucina. A volte fischietto o canticchio. O strimpello un ritmo con mestoli di legno sul piano di finto marmo (è fòrmica, in realtà).
Sono talmente abituata a non possedere un balcone, che ogni volta che esco su quello che adesso invece possiedo, mi cambio d'abito.
Scritto da:
vega77 alle ore 13:29 |
link |
commenti | Categoria:
free jazz